Shemà
“Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.”
10 gennaio 1946
Primo Levi, “Shemà”
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Wilhelm Brasse, il fotografo Di Auschwitz

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Sant’Anna, 12 agosto 1944
“Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.
Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.
Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.
Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.
Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.”
Maria Grazia Calandrone, da “Diecimila civili”
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Marzabotto, 29 settembre 1944
“Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.
Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.”
Maria Grazia Calandrone, da “Diecimila civili”
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Foto Bonfirraro

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“Mia madre mi lavava i capelli con l’acqua ossigenata
Ero bruna, mi faceva bionda,
l’unica della strada.
(La guerra è finita signora, adesso siamo a casa nostra.)
All’età di sei anni mi portò da un chirurgo,
il mio naso era curvo, divenne all’insù.
(La guerra è finita signora, non siamo in Europa.)
Sull’album di fotografie col blu ritoccava
Il colore degli occhi a sua figlia,
la piccola ariana inventata.
( La guerra è finita signora, questa è Tel Aviv.)
Ho perduto i capelli da ragazza
E il mio naso assomiglia a un foruncolo, no.
Non ce l’ho con mia madre,
veniva da un posto d’Europa
dove l’acqua ossigenata decideva
tra la vita e la morte.”
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Non sentite l’odore del fumo Auschwitz sta figliando
“Le più grandi risorse
erano la speranza e la dignità.
Chi si rassegna, muore prima.
Non so se i giovani hanno appreso.
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare se ci si lascia cristallizzare
si diventa una cosa
gli altri ci diventano cose. Molti ancora non sanno: Auschwitz è tra noi è in noi. Non so se i giovani sanno in ogni parte del mondo: non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,
ai giovani occorre l’esperienza creativa
di un mondo nuovo davvero.
Ad Auschwitz ci torno volentieri
mi dà la misura dei fatti.”
Danilo Dolci, “Non sentite l’odore del fumo Auschwitz sta figliando”
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Wilhelm Brasse, il fotografo Di Auschwitz
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“No, non può succedere questo!
Ah scappare, scappare lontano,
al muro viscido
al filo spinato.
No, non può succedere!
Ah trovare un rifugio, un rifugio!
Scavare una buca nella terra,
sparire come insetti nelle crepe.
Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!
Coprimi acqua, boschi cantate per me!
Dove devo mettere le mani?
Mi feriscono pietre
nei miei tormenti assurdi.
Sbatto contro la cella stretta
come sbanda un uccello malato.
Apritevi muri per me!
Spezzatevi cardini!”
Felicja Zofia Górska, “Attimo della paura”, da “Boschi cantate per me. Antologia poetica dal lager femminile di Ravensbruck”, a cura di Anna Paola Moretti – Enciclopedia delle Donne, 2025
(Nel 1939, quando le armate tedesche invasero la Polonia, Zofia aveva diciassette anni. Coinvolta nella Resistenza, fu arrestata dalla Gestapo il 24 gennaio 1941 e condannata a morte, dopodiché trascorse un anno intero nelle carceri polacche aspettando di essere fucilata da un momento all’altro.
Nell’aprile del 1942 fu invece deportata a Ravensbrück (matricola n. 10218): prima costretta ai lavori forzati in una fabbrica di pellame, fu poi mandata nel Kommando Foreste, da dove riuscì ad inviare clandestinamente lettere, poesie ed elenchi di esecuzioni.
Nel settembre del 1943 fu trasferita in Boemia, nel sottocampo di Neu-Rohlau, sempre ai lavori forzati ma questa volta in una fabbrica di porcellane. Nell’aprile del 1945 riuscì a fuggire grazie all’aiuto delle infermiere dell’ospedale di Karlovy Vary, che la nascosero nel reparto psichiatrico. Arrivata a Roma con la Croce Rossa polacca, riprese gli studi secondari a Porto San Giorgio e nel 1946 arrivò in Francia nascosta sotto il telone di un camion.
Due anni dopo, riuscì finalmente a tornare in Polonia per rivedere la madre.
Nel 1950 conseguì la laurea in Lingue e filologia romanza alla Sorbona e sposò Kazimierz Romanowicz, con il quale aprì la libreria “Libella” e poi la “Galerie Lambert”, destinata a diventare il cuore pulsante della dissidenza culturale polacca all’estero.)
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“D’inverno le sentinelle strappavano coperte dalla pelle
dei residenti nel giardino.
Uno di loro non avrebbe superato il giorno.
In primavera furono lanciate bottiglie alla cieca
contro le case marchiate e il fuoco divampò.
Di notte cercai riparo nel tuo corpo
come un bimbo rifugiato in un gelso.
Nulla, a parte sentire il tuo respiro
e adagiarmi, distesa su di te
e per un istante
non vedere il nembo di veleno,
l’ultimo,
che incombe, pesante.
Che nella mia angustia tu sei il tesoro celato
a loro inaccessibile
Che nella tua angustia io sarò il tesoro celato
per loro incomprensibile.”
Tal Nitzán (poetessa e pacifista israeliana) – “Shir Shishi”- Traduzione di S. Kaminski e M. T. Milano
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