Magazzino Memoria

Lo stupro

18.02.2025
“Se cogli un fiore, borseggi qualcuno, se possiedi una donna, saccheggi un magazzino, se devasti una terra o occupi una città, allora sei uno che prende. Stai prendendo qualcosa. In greco antico si ha il verbo ἁρπάζειν, che equivale al latino rapio, is, rapui, raptum, rapere, da cui discende l’inglese rapture [“rapimento”] e rape [“stupro”], parole macchiate dal giovane sangue di ragazza, dall’ultimo sangue di antiche città, dall’isteria per la fine del mondo. A volte penso che la lingua dovrebbe coprirsi gli occhi mentre parla.”
Anne Carson, da “Era una nuvola. Una versione dell’Elena di Euripide”, Traduzione di Patrizio Ceccagnoli
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Corine Ko
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MI CHIAMO F.
– Sognavo il giorno del vestito bianco, da quando ero bambina . Lo volevo come quello di mia madre, con il pizzo ed i ricami e il velo bello come il suo. Trovare il mio principe azzurro, arrivare all’altare sotto braccio a mio padre e vivere la mia favola. Mio padre però il braccio me lo mise sulla bocca, la prima volta che mi prese. Mi violò da dietro, perché una figlia “usata” , non la poteva maritare e la famiglia non avrebbe retto al disonore di una ragazza nubile non più vergine. Quando arrivai all’altare, il mio vestito era bianco, bianco era il velo, bianco anche il pizzo… Ma il mio cuore era nero come la tomba.
MI CHIAMO G.
– Sono cresciuta a pane e chiesa : la figlia perfetta, di una famiglia imperfetta. La mamma l’ho vista piangere tutte le notti e farsi il segno della croce, prima che il babbo la picchiasse e la prendesse a calci in pancia. Ho tre fratelli e altri due che non sono mai nati, ma questo lo sappiamo solo noi. Per fede mi sono sposata illibata e, per far contento il babbo, Mario, il capo dei manovali , è diventato mio marito. Non mi ha mai chiesto cosa mi piace, né cosa vorrei, né qual è il mio parere su qualcosa. La prima notte di nozze vorrei scordarla, ma l’odore di Mario che alitava e sudava sul mio seno e le parole terribili che pronunciava mentre mi deflorava, sono stampate a fuoco per sempre nella mia memoria. Il dottore mi diede tre punti, per la lacerazione… Mario invece tre ceffoni perché per dieci giorni non poteva sfogarsi e, si sa.. l’uomo ha i suoi bisogni, sennò che si sposa a fare.
Non ho mai provato piacere, non so cosa voglia dire sentirsi bella e mi faccio il segno della croce anch’io, quando Mario mi prende. Ho due figlie e prego per loro che Dio gli regali un uomo buono.
MI CHIAMO S.
– Ho l’armadio pieno, una macchina appena comprata ed un posto da dirigente nell’azienda di famiglia. Il martedì ed il venerdì ho palestra, il lunedì l’estetista e la domenica il pranzo coi parenti. Sfodero un sorriso secco e mostro i miei denti sbiancati. Tratto le segretarie come nullità, per non fermarmi a pensare che sono io a non valere nulla. M’innalzo abbassando il prossimo, e non rinuncio ai colpi bassi e alle vendette. Se solo cedessi ad un momento di umanità, dovrei ammettere che ho due figli viziati e prepotenti, un marito che non perde occasione per provarci con tutte e il vuoto totale nell’anima. Ma questo non posso permettermelo. Vero mamma? Te lo ricordi quando desideravo mangiare una fetta di torta, come le altre amichette e tu mi dicevi : “Masticala , per sentirne il sapore, e poi sputala. Se la ingoi , poi diventi cicciona come quelle… e mamma si vergogna della sua pallina. Mamma vuole che tutti vedano quanto sei bella.”
Tre giorni dopo il tuo funerale, un’ora prima della chiusura del cimitero, ho mangiato un’intera scatola di cioccolatini sulla tua tomba, e poi li ho vomitati… Perché “mamma non si vergognasse della sua pallina”.
Carolina Turroni
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In evidenza: Edgar Degas, “Lo stupro”, 1868-69

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