Pensieri

Così parlò Zarathustra

21.02.2025
“Giunto nella città vicina, sita presso le foreste, Zarathustra vi trovò radunata sul mercato una gran massa di popolo: era stata promessa infatti l’esibizione di un funambolo. E Zarathustra così parlò alla folla:

‘Io vi insegno il superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo?
Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé: e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo?
Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna.
Avete percorso il cammino dal verme all’uomo, e molto in voi ha ancora del verme. In passato foste scimmie, e ancor oggi l’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia.
E il più saggio tra voi non è altro che un’ibrida disarmonia di pianta e di spettro. Voglio forse che diventiate uno spettro o una pianta?

Ecco, io vi insegno il superuomo!
Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: sia il superuomo il senso della terra!
Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di ultraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio.
Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire!
Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio, ma Dio è morto, e così sono morti anche tutti questi sacrileghi. Commettere il sacrilegio contro la terra, questa è oggi la cosa più orribile, e apprezzare le viscere dell’imperscrutabile più del senso della terra!
In passato l’anima guardava al corpo con disprezzo: e questo disprezzo era allora la cosa più alta – essa voleva il corpo macilento, orrido, affamato. Pensava, in questo modo, di poter sfuggire al corpo e alla terra.
Ma quest’anima era anch’essa macilenta, orrida e affamata: e crudeltà era la voluttà di quest’anima!
Ma anche voi, fratelli, ditemi: che cosa manifesta il vostro corpo dell’anima vostra? Non è forse la vostra anima indigenza e feccia e miserabile benessere?
Davvero, un fiume immondo è l’uomo. Bisogna essere un mare per accogliere un fiume immondo, senza diventare impuri.

Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è il mare, nel quale si può inabissare il vostro grande disprezzo.
Qual è la massima esperienza che possiate vivere?
L’ora del grande disprezzo. L’ora in cui vi prenda lo schifo anche per la vostra felicità e così pure per la vostra ragione e la vostra virtù.
L’ora in cui diciate: «Che importa la mia felicità! Essa è indigenza e feccia e un miserabile benessere. Ma la mia felicità dovrebbe giustificare perfino l’esistenza!».
L’ora in cui diciate: «Che importa la mia ragione! Forse che essa anela al sapere come il leone al suo cibo? Essa è indigenza e feccia e un miserabile benessere!».
L’ora in cui diciate: «Che importa la mia virtù! Finora non mi ha reso mai furioso. Come sono stanco del mio bene e del mio male! Tutto ciò è indigenza e feccia e benessere miserabile!».
L’ora in cui diciate: «Che importa la mia giustizia! Non mi vedo trasformato in brace ardente! Ma il giusto è brace ardente!».
L’ora in cui diciate: «Che importa la mia compassione! Non è forse la compassione la croce cui viene inchiodato chi ama gli uomini? Ma la mia compassione non è crocifissione».

Avete già parlato così? Avete mai gridato così? Ah, vi avessi già udito gridare così!
Non il vostro peccato, la vostra misurata contentezza grida al cielo, la vostra parsimonia nel vostro peccato grida al cielo!
Ma dov’è il fulmine che vi lambisca con la sua lingua?
Dov’è la demenza che dovrebbe esservi inoculata?
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è quel fulmine e quella demenza!’

Zarathustra aveva detto queste parole, quando uno della folla gridò: «Abbiamo sentito parlare anche troppo di questo funambolo; è ora che ce lo facciate vedere!». E la folla rise di Zarathustra. Ma il funambolo, credendo che ciò fosse detto per lui, si mise all’opera.”

“Perché questa è la verità: me ne sono venuto via dalla casa dei dotti, e ho sbattuto la porta dietro di me.Troppo a lungo la mia anima si è seduta affamata alla loro mensa; non come essi io sono abituato al conoscere come a schiacciar noci.
La libertà io amo e l’aria sopra la fresca terra; preferisco dormire su pelli di bue piuttosto che sulle loro dignità e rispettabilità.
Sono troppo caldo e arso dai miei propri pensieri: spesso mi manca il fiato. E allora debbo per forza correre all’aperto, fuori da tutte le stanze polverose.
Ma essi seggono freddi all’ombra fredda: vogliono in ogni cosa esser solo dei contemplatori che si guardano bene dal sedersi là dove il sole brucia sui gradini. Simili a coloro che stanno sulla strada e guardano a bocca aperta la gente che passa, anch’essi attendono e stanno a guardare i pensieri pensati dagli altri.”
Friedrich Nietzsche, da “Dei dotti”, in “Così parlò Zarathustra”, 1883
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In evidenza: Foto di Hassan Ragab

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