Affabulazioni

Cyrano de Bergerac

24.02.2025
“Orsù che dovrei fare?….Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,
e come l’edera, che dell’olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi, invece di salire per forza?
No, Grazie!
Dedicare, com’usa ogni ghiottone,
dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone
pur di vedere alfine le labbra di un potente,
schiudersi ad un sorriso benigno e promettente?
No, Grazie!
Saziarsi di rospi? Digerire
lo stomaco per forza dell’andare e venire?Consumar le ginocchia? Misurar le altrui scale?
Far continui prodigi di agilità dorsale?
No, grazie!
Accarezzare con mano abile e scaltra la capra,
e intanto il cavolo innaffiare con l’altra?
E aver sempre il turibolo sotto dell’altrui mento,
per la divina gioia del mutuo incensamento?
No, grazie!
Progredire di girone in girone,
diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,
e navigar con remi di madrigali, e avere
per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?
No, grazie!
Pubblicare presso un buon editore,
pagando, i propri versi! No, grazie dell’onore!
Brigar per farsi eleggere papa nei concistori
che per entro le bettole tengono i ciurmatori?
No, grazie!
Sudar per farsi un nome su di un picciol sonetto
anziché scriverne altri? Scoprire ingegno eletto
agl’incapaci, ai grulli; alle talpe dare ali,
lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?
E sempre sospirare, pregare a mani tese:
Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese?
No, grazie!
Calcolare, tremar tutta la vita,
far più tosto una visita che una strofa tornita,
scriver suppliche, farsi qua e là presentare?…
Grazie, No! Grazie…No!…Grazie… No!
Ma,
Cantare, Sognar sereno e gaio, libero indipendente,
aver l’occhio sicuro e la voce possente,
mettersi quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì, per un no, battersi o fare un verso!
Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio, sulla luna!
Nulla che sia farina d’altri scrivere, e poi
modestamente dirsi: ragazzo mio, tu puoi
Tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia
pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!
Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare la più piccola parte,
Aver tutta la palma della meta compita,
e, disdegnando d’essere l’edera parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto
salir, anche non alto, ma salir……..senza aiuto!”
Edmond Rostand, da “Cyrano de Bergerac”, 1897, Atto II, Scena 8
***
CYRANO: Sì, è così. La mia vita è quella di un ignoto che soffrì. Ricordate quella sera che Cristiano vi parlò sotto il balcone? Ebbene, che io volessi o no, mentre restavo in basso ad inventare gloria, erano altri a cogliere il bacio della vittoria. È giusto, e in più approvo la scritta sul mio avello: “Molière è un grande genio, e Cristiano era bello.”
ROSSANA: Aiuto, sorelle, venite!
CYRANO: No, ogni premura è vana. Lasciatele, che preghino con la loro campana.
ROSSANA: Vi ho reso infelice, io, io!
CYRANO: Voi, così gentile? Ignorai la dolcezza delle donne. Ebbi ostile mia madre a cui non piacqui. Sorelle non ne ho avute. Per paura del ridicolo le donne le ho temute. Vi devo l’amicizia che mi deste, infinita. Grazie a voi una veste passò nella mia vita.
ROSSANA: Io vi amo, vivete.
CYRANO: Troppo tardi, cugina. Sto per salir lassù, nella luna opalina. Le anime che amo, simili agli estri miei, ritroverò in esilio, tra Socrate e Galilei. Filosofo, naturalista, maestro d’arme e rime, musicista, viaggiatore ascensionista, istrione ma non ebbe claque, amante anche, senza conquista, qui giace Ercole Savignano Cirano de Bergerac che fu tutto, e lo fu invano… Ma io vado, pardon, non posso far attendere. Visto il raggio di luna che mi è venuto a prendere? Non voglio il vostro appoggio, null’altro che le piante. Lei viene. Già mi sento di marmo raggelante, inguantato di piombo. Ah, poiché ella è in cammino, andrò a incontrar la sua falce col mio destino. Voi che dite? Non serve? Lo so, bella scoperta. Perché battersi solo se la vittoria è certa? È più bello quando è inutile, tra scoppi di scintille. Chi sono tutti quelli? Ah, ma siete mille e mille. Ah, sì, vi riconosco, nemici miei in consesso. Menzogna, Codardia, Doppiezza, Compromesso… Lo so che alla fin fine voi mi darete il matto. Che importa, io mi batto, io mi batto, io mi batto! Ah! Voi mi strappate tutto, l’alloro e la rosa. Servitevi. Malgrado voi, mi resta un’altra cosa che è mia. E quando a sera entrerò in quel di Dio, spazzerà il mio saluto l’azzurro sfavillìo e offrirò, con l’orgoglio che mai macchiai né macchio, l’indomita purezza del…
ROSSANA: Del…?
CYRANO: … mio pennacchio.
Edmond Rostand, da “Cyrano de Bergerac”, 1897, Atto V, Traduzione di Oreste Lionello
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In evidenza: Una scena del “Cirano” di Esperanza Clares per la regia di Antonio Saura, rappresenta al Teatro Romea de Murcia nel 2015

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