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πάντα ῥεῖ, tutto scorre

11.03.2025
“Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.”
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Torna a calare ardente il nostro sole
“Torna a calare ardente il nostro sole. Ogni cosa
è nata per corrompersi, e rinascere,
come la fenice; cresciamo, ma la crescita è interna.
Scende l’ennesima notte. Crediamo porti
quella cenere di nulla, che c’incendia”
John Williams -Traduzione di Stefano Tummolini
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Foto di Stefano Guidi
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Scritto sulla sabbia
“Che il bello e l’incantevole
Siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima.
No, il bello più profondo e degno dell’amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d’aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.
Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d’ali d’uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.”

Herman Hesse, “Scritto sulla sabbia”, da “La Felicità. Versi e pensieri”, traduzione di N.Salomon, 2002

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Tutto cambia e niente cambia

“Tutto cambia e niente cambia
Finiscono secoli
e tutto continua
come nulla finisse
Come le nubi ancora s’arrestano a mezzo volo come dirigibili presi tra venti contrari

E la febbre dell’efferata vita di città ancora strozza le strade

Ma ancora io sento cantare
ancora le voci dei poeti
mischiate agli schiamazzi delle troie
nell’antica Manhattan
o nella Parigi di Baudelaire
echeggiare richiami d’uccelli
lungo i vicoli della storia
ora coi nomi cambiati
E ora siamo nel Novecento
e la Borsa è di nuovo crollata
E mio padre vagabonda qui vicino con il fedora in testa
occhi sui marciapiedi
un’unica lira italiana
e un centesimo che raffigura la testa di un indiano in tasca
Trafficanti di liquori e carri funebri passano al rallentatore
Risuona la campana di ferro di una chiesa
frammista agli allarmi delle macchine nell’anno duemila

Mentre abiti nuovi corrono al lavoro in grattacieli oscillanti
mentre gli strilloni ancora strillano annunciando l’ultima follia

E risate s’alzano
sul mare lontano”

Lawrence Ferlinghetti, “Tutto cambia e niente cambia”

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Dipinto di Nataliya Voroshilova

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Trasformazioni

“Soffocante era il buio e di brama – una morsa,
E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,
Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa
Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto
E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,
E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.
Un papavero, là, nel campo senza fine
Si scoprì, e con un grido privo di suono
Si trasanguò in un gallo in piume porporine,
E la scarlatta cresta scosse con frastuono,
E cantò nella notte con terrore insano,
Fino all’eco dei galli veri da lontano.
L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,
Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,
Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,
E corse via pungendo verdi barricate,
Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,
E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.
Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,
E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?
Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?
Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?
Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?
Chi ero quella notte di cui più nulla resta?”
Boleslaw Lesmian (poeta polacco), “Trasformazioni”
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In evidenza: Foto di Giuseppe Cinti, “Riflesso veneziano”

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