Convocata per entrare nella sala del consiglio rigorosamente in silenzio, un’improvvisa e snervante interruzione alle consuete grida volgari, la segretaria li vide agitarsi e annaspare sul mogano laccato, piccole rane, una per ogni membro del consiglio e ognuna della grandezza circa di una prugna. Indietreggiò con orrore, chiuse le doppie porte, ritornò alla propria scrivania e giocò a solitario al computer per circa un minuto. Poi, vergognandosi, rientrò nella sala del consiglio d’amministrazione. I dirigenti erano ancora rane, alcune adesso cadute sul dorso, agitando inutilmente i loro arti nell’aria. Le raddrizzò con gentilezza.
Il tocco della loro pelle non era spiacevole… delicato e soffice, forse un po’ appiccicoso. I bicchieri d’acqua sul tavolo, che nessuno aveva toccato, attrassero la sua attenzione e li usò per spruzzare su ogni anfibio un po’ di umidità, intingendo la mano e scrollando le dita, passando poi a quello successivo, infilando e scrollando, come se il rituale senza fine di preparare i bicchieri d’acqua per tutti quegli anni fosse destinato a questa occasione inattesa. Continuò a fare il giro, amministrando la sua bizzarra idratazione battesimale, senza sapere cos’altro fare o chi chiamare. Era preoccupata che non l’avrebbero creduta. O peggio, che l’avrebbero accusata. Licenziata. Avrebbero potuto perfino tirare dentro la polizia. “È quello che succede a persone come me”, pensò tristemente.
Da quando c’era stata la recessione, il più piccolo accenno di problema poteva significare perdere ogni cosa. Questo incubo latente aleggiava sulla sua testa in ogni momento, ci pensava perfino quando non ci stava pensando. I ricchi non capiscono, pensava, che nel nostro mondo la preoccupazione per il denaro è costante. Siamo quelli che si preoccupano, che sostengono il mondo con la propria preoccupazione. Loro credono sia il contrario, operando nel modo in cui operano, come se quello fosse l’ordine naturale: dall’alto in basso. Ma non esiste un ordine naturale, è solo fortuna e assurdità, è su e giù e sottosopra, il luogo dove nasci, il colore della faccia, il debito che erediti ancora prima di venire spinto fuori. Pensò a suo fratello, a quello che impulsivamente aveva o non aveva fatto, una cosa così piccola se paragonata a quei grandi crimini perpetrati con premeditazione nei freddi e alti uffici, l’azione che aveva impostato il gioco per ogni trasgressione a seguire.
Lei sapeva, sentiva cose, essendo l’arredamento umano che serviva il caffè, prendeva appunti, allineava le agende di pelle sulla scrivania, il cui nome non riusciva mai a ricordare o a pronunciare esattamente. Oh, come la faceva arrabbiare!
Stava scrollando con troppa forza l’acqua sulle rane e le rane si tiravano indietro. Si fermò, si scusò e calmò la propria mente. Forse era ingiusta. Forse anche lei era colpevole di fare le stesse ipotesi ottuse che avevano portato a ogni fallimento, di non vedere le persone come persone, con tutte le loro fragilità, paure e complicate debolezze, anfibie e non.
Si ricordò di come sua madre le aveva insegnato il perdono. Si era sforzata di perdonare e funzionava, funzionava realmente. Calò un’ondata di fresco, una calma distanza. Si sentì immediatamente meglio, ma i membri del consiglio erano ancora rane. Che cosa doveva fare? Avrebbe dovuto sbarazzarsene in qualche modo, e presto, prima che qualcun altro entrasse e iniziasse a fare domande.
Che cosa faceva da bambina, in quei giorni lontani, nella vecchia casa, quando trovava una rana? Ce n’erano molte in giro. «Riportala nella palude!» urlava la madre (la compassione aveva sempre dei limiti), e lei le riportava diligentemente, attribuendo un nome a tutte loro mentre le accompagnava, in quei brevi momenti in cui si forma un’amicizia. Adesso però tutte le paludi nei dintorni erano soffocate dagli scarichi della società per cui lavorava, morte da anni, frequentate solo da sacchetti di plastica e altre cose troppo disgustose da nominare: era più economico pagare le multe che riparare l’infrastruttura. E i gatti dei vicoli, spettri deformi di quello che erano stati un tempo, divoravano quasi tutto quello che c’era di catturabile all’ombra maleodorante dei bidoni della spazzatura. Tipico dello spirito dei nostri tempi, pensò.
Forse poteva portarle a casa, tenerle nella vasca da bagno. No, magari in un serbatoio. Un acquario! Con delle belle rocce, il muschio, l’acqua fresca che gocciolava, un tronco, le lucine calde e i pesciolini per tener loro compagnia. Una volta aveva visto una cosa del genere in un grande magazzino e il pensiero la elettrizzò in una maniera che non aveva più provato da quando era bambina, quando stava in ginocchio nella sacra felicità del fango. Era come un fiore di acqua ossigenata, un’eccitazione la cui banalità era eccitante, così ridicola, meravigliosa e segreta. Come era arrivato velocemente, così questo sentimento si trasformò in parole, le prime che aveva mai osato pronunciare all’interno di quello spazio. «Mi prenderò cura di queste rane» promise a una stanza le cui uniche orecchie erano piccole, infossate e verde oliva, «qualunque cosa accada!».
Per quanto riguarda le rane, un tempo membri del consiglio, dimenandosi sulla scivolosa superficie del tavolo mentre allungavano le nuove gambe e lingue, misero alla prova la leggerezza dei loro piccoli cuori triangolari, non avendo mai conosciuto una gioia così incontenibile, un sentimento così liberatorio. L’universo non li aveva maledetti, li aveva perdonati. La segretaria le prese una a una e le mise con cautela nella sua borsetta.