Linguaggi

Si restaurano leggende…

13.03.2025
“La vita sa confondere le sue tracce, e tutto del passato, può diventare materia di sogno, argomento di leggenda.”
Giorgio Bassani, da “Cinque storie ferraresi”, 1956
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Leggende
“Le tre caravelle erano due,
la Santa Maria era della categoria detta «caracca».
Sancho Panza non era un grassone,
soffriva di appetito smisurato, antico,
ma era tozzo, non doppio.
Giuseppe era un ragazzo quando sposò Maria,
nessun vangelo scrive ch’era anziano.
E Sansone non è l’ingenuo atleta
che straparla con Delilà e si fa depilare:
quei due si sono amati piú di Romeo e Giulietta.
Il tempo non è cenere di lava
che ricopre Pompei e la custodisce,
il tempo è un guastatore.
Allora restauro leggende.”
Erri De Luca, da “Bizzarrie della provvidenza”, 2014
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Marc Chagall, “Il circo blu”, 1950
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La leggenda della ragazza che dipingeva vasetti

“La ragazza dipingeva vasetti colorati
Era bella di viso e aveva dita aggraziate
Seguimi le disse un uomo innamorato
Colonne d’oro avrà la tua dimora
Azzurro si vede dal patio il mare
D’ambra sono i crepuscoli e le aurore
A dolci sogni le notti ti indurranno
Seguimi ripetè con voce affascinata.
Ma la ragazza non lasciò i pennelli
Tingeva cieli turchini come le sue pupille
Un secondo uomo le si avvicinò
Deponi i colori le disse perentorio
Tra oceani vivremo e cieli azzurri
Genti e porti vedrai di ogni colore
La Croce del sud brillerà sulla tua fronte
Inseguiremo l’eterna primavera.
La giovane riprese a tingere vasetti colorati
Tramonti rosei come il suo incarnato
Ti attende la città più bella del creato
Disse un terzo uomo con sguardo ammaliato
A piedi nudi incederai su drappi di velluto
Petali di rose spargeranno al tuo passare
Ancelle accorreranno al tuo battito di mani
Sarai moglie madre figlia e padrona.
La ragazza dipingeva lontani panorami
Neppure gli occhi levò dal suo lavoro
Non seguirmi disse una voce franca
Sedendosi sullo scanno al suo fianco
Mescolerò  colori e tergerò pennelli
Insieme voleremo nei cieli che dipingi
Mi mostrerai come sublime è il creato
Visto dagli occhi della donna amata.
Uno sbuffo di nube le sfuggì dalle dita
Gli strinse la mano sorridendo rapita.”
Lucio Rinaldini, da “Tre leggende”
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Sarah Moon
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Anna Liffey
“Life, racconta la leggenda,
era la figlia di Carman,
e giunse alla piana di Kildare.
Si innamorò delle pianure e dei fossi
e dell’orizzonte irraggiungibile.
Chiese che prendesse il suo nome.
Il fiume prese il nome dalla terra.
La terra prese il nome da una donna.
Una donna sull’uscio di una casa.
Un fiume nella sua città natale.
Là, sulle colline sopra la mia casa,
nasce il fiume Liffey, è una sorgente,
nasce tra giunchi ed erica e
torba nera e felci e s’ingrossa
per reclamare la città che ha narrato.
Cigni. Ripide cascate. Piccole città.
L’aria brumosa e i ponti di Dublino.
Scende il crepuscolo.
La pioggia dalle colline si muove verso est.
Se potessi vedermi
vedrei
una donna su un uscio
addosso i colori che stanno bene coi capelli rossi
anche se i miei capelli non sono più rossi.
Io celebro
i doni del fiume.
Il suo narrare continuo
immutabile e scintillante di una città,
la limpidezza del suo corso,
in compagnia di piccoli fiori e aironi,
lungo un’ansa a Islandbridge
e sotto tredici ponti fino al mare.
La sua pazienza all’imbrunire –i cigni che nidificano ai lati,
il neon che vi sussulta dentro.
Creatore di
luoghi, rimembranze,
narra questi frammenti per me:
Un corpo. Uno spirito.
Un luogo. Un nome.
La città dove sono nata.
Il fiume che la attraversa.
La nazione che mi sfugge.
Frazioni di una vita
che mi ci è voluta una vita intera
per rivendicare.
Arrivai qui un freddo inverno.
Non avevo figli. Né paese.
Non sapevo il nome della mia stessa vita.
Il mio paese mi prese.
Le mie figlie nacquero.
Uscii una sera d’estate
per chiamarle dentro.
Un nome. Poi l’altro.
Le belle vocali riecheggiavano casa.
Fa’ di una nazione ciò che vuoi
fa’ del passato
ciò che puoi –
C’è ora
una donna su un uscio.
C’è voluta
tutta la mia forza per far questo.
Diventare una figura in una poesia.
Usurpare un nome e un tema.
Un fiume non è una donna.
Anche se i nomi che trova,
la storia che fa
e subisce –
le lame dei Vichinghi sulle sponde,
i moschetti delle Giubbe Rosse,
le fiamme delle Quattro Corti
che lo accendono
sono un segno.
Non più di quanto
una donna sia un fiume,
anche se il corso che prende,
tra cigni in amore e salici sconvolti,
la sua pazienza
che è anche la sua impotenza,
da Callary a Islandbridge,
e da sorgente a foce,
ne sono un altro.
E alla soglia dei cinquant’anni
quando ormai non credo più
che l’amore risanerà
ciò che la lingua non riesce a sapere
e ha bisogno di dire –
Ciò che il corpo vuol dire –
io prendo questo segno
e traccio questa immagine:
una donna sull’uscio di casa.
Un fiume nella sua città natale.
La verità di una vita sofferta.
La sua foce.
Gli uccelli marini rientrano dalla costa.
La saggezza popolare vuole che portino pioggia.
Li osservo dall’uscio.
Li vedo come congetture di un’origine –
lasciano una forza aspra all’orizzonte
solo per ritrovarla
che cade obliqua altrove.
Quale acqua –
quella che lasciano o quella che pronunciano –rievoca l’altra?
Sono convinta
che il corpo di una donna che invecchia
sia un ricordo
e dargli una lingua
è difficile
come piangere e volere
che questi uccelli emettano un grido quasi potessero
riconoscere il loro elemento
rievocato e ridotto auna singola lacrima.
Una donna che invecchia
non trova rifugio nella lingua.
Trova invece che
singole parole un tempo amate
come “estate” e “giallo”
e “sessuale” e “pronta”
sono all’improvviso diventate dimore
di qualcun’altra –
stanze e tetto sotto i quali un’altra
è benvenuta, non lei. Dimmi,
Anna Liffey,
spirito dell’acqua,
spirito del luogo,
com’è che in questa
piovosa sera d’autunno
il mare d’Irlanda prende
i nomi che tu hai formato, i nomi
che tu hai concesso, e ti restituisce
solo un vuoto di parole?
La pioggia autunnale
si fa sporadica e sgocciola
da tettoie
e siepi potate.
Le gronde sono piene.
Quando arrivai qui
non avevo né
figli né paese.
Gli alberi erano braccia.
Le colline erano sogni.
Ero libera
di immaginare uno spirito
nei blu e nei verdi,
nei colli e nelle nebbie
di una piccola città.
Le mie figlie nacquero.
Il mio paese mi prese.
Una visione in una casa di mattoni.
È soltanto l’amore
che fa un luogo?
Lo sento cambiare.
Le mie figlie
crescono, diventano grandi.
Il mio paese si tiene stretto
alla sua pena.
Spengo
la fastidiosa luce
gialla del portico e
resto nell’ingresso.
Dov’è casa adesso?
Segui la pioggia
verso i colli di Dublino.
Fa’ che diventi il fiume.
Fa’ che lo spirito del luogo sia
ancora una volta un’anima perduta.
Alla fine
non importerà
che io sia stata una donna. Ne sono certa.
Il corpo è una sorgente. Niente più.
C’è il suo momento. C’è una certezza
nel modo in cui cerca la sua dissoluzione.
Pensa ai fiumi.
Sono sempre in viaggio verso
il proprio annullamento. Fin dal primo momento
vanno verso casa. E così
quando la lingua non lo può fare per noi,
non può farci sapere che l’amore non ci diminuirà,
ci sono le frasi
dell’oceano
a consolarci.
Particolari e senza paura del loro compimento.
Alla fine
tutto ciò che mi ha pesato e distinto
si perderà in questo:
sono stata una voce.”
Eavan Boland (Irlanda), da “Nuove poesie scelte”, 2005 – Traduzione di Giorgia Sensi
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Foto di Vlad Dumitrescu
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La vecchia avanese sorride ad un altro sorriso
“La vecchia avanese sorride ad un altro sorriso.
Il girasole nella scatola di ferro bianco è apparso nel paese del sole immobile.
Madame Avana si aggrappa alle ombre, mescola le sue preghiere ai fumi d’incenso invisibili.
Il suo rosario di grani secchi è un perpetuo grido d’amore.
Il bel filibustiere che moriva
Il giallo sole che bruciava
La facciata andalusa che rideva.
Niente era in lagrime.
La notte era così trasparente che si sarebbe potuto cancellarla con una semplice pressione delle dita.
E poi, noi crediamo alla pioggia sinonimo di fiori nuovi: essa divide le nostre palme generose.
Il balcone che fu,
L’imposta che brillò,
La tenda che fremette.
Le ombre rifanno la sua genealogia di ciottoli.”
Khal Torabully, da “Carnet cubain”, 1999 – Traduzione di Giancarlo Cavallo
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In evidenza: Foto di Rodney Smith

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