“È una campagna umiliata, sofferente, che si vergogna di non poter sparire, nella quale ogni nuovo insediamento industriale è come un vistoso chiodo nella carne, disperata di non avere difesa. La peste chimica l’avviluppa completamente, di sopra e di sotto, di dentro e di fuori, animali, esseri umani, piante, suolo, acque d’irrigazione, acque profonde. La gente che rimane accetta tutto, con una passività di pollaio: non è felice, ma non sa reagire all’incantesimo.
Guido Ceronetti, da “La carta è stanca”, 1976
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Hanno arato i campi stamattina
“Hanno arato i campi stamattina
e nel sole freddo dell’inverno
il dorso delle zolle brilla lucido
come un diamante estratto dal profondo
io credevo che il dentro della terra fosse buio:
non capivo dove i semi prendessero il coraggio
e i crochi
il colore della loro fioritura”
Francesco Tomada, da “L’infanzia vista da qui”, 2005
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Florin Maricica Bejinari
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Guarda come la natura benedetta governa le cose, impara da essa
“Guarda come la natura benedetta governa le cose, impara da essa.
Chiedi al tuo rapido segugio quando è davvero felice. “Quando inseguo la preda”, ti dirà. E quando è più desiderabile la preda? “Quando la inseguo”, replica il cacciatore.
Guarda il gatto accucciato di fronte a te. Quando è dell’umore migliore? Quando vaga per tutta la notte o si acquatta in una tana. Anche se cattura un topo, il gatto non lo mangia.
Rinchiudi l’ape pur con abbondante scorta di miele: non morirò forse di struggimento durante la stagione in cui può volare per i prati fioriti?
Non c’è nulla di più misero e triste che sguazzare nell’abbondanza soffrendo perché non si ha un lavoro congeniale al proprio talento.
Niente è più insopportabile di una mente annientata dall’ignavia, priva di un lavoro che la esalti.
Nulla, al contrario, è più bello che vivere secondo natura.
Il lavoro del corpo, il dolore del corpo e perfino la morte sono dolci quando l’anima, che signoreggia sul corpo, si diletta in un lavoro che le è congeniale.
In questo modo occorre vivere.”
Hryhorij Savyč Skovoroda (1722-1794), poeta ucraino
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Pieter Bruegel il Vecchio, “La mietitura”, 1565

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“Ho visto le stelle tuffarsi nella notte
e trarre per mano i pioppi senza mani
Ho visto il nostro prudente transitare
fra le pulsanti branchie del desiderio
Ho visto che parliamo in lingue diverse
ma in egual modo giacciamo sulla riva
Non abbiamo osato chiedere perché siamo qui
né come proseguiremo quando ce ne saremo andati
Una generosa mano con un gesto brusco gettava
semi ignoti nei solchi della nostra morte.”
Kiril Vasilev (Bulgaria), da nel 2021 “Šestvieto” (“La processione”), 2021 – Traduzione di Alessandra Bertuccelli
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Panico
“Pe ‘l remoto viale di campagna,
tra fitte macchie, in sul cader del giorno:
io solo. È tal silenzio tutto intorno
che a un ragno sentirei tesser la ragna.
Come si tien cosí sospesa tanta
vita di foglie? Il cuore anch’io mi sento
sospeso, oppresso da strano sgomento;
stupito or questa guato or quella pianta.
L’anima quasi al limitar dei sensi
scende ansiosa, ma alcun lieve moto
non coglie, alcun rumore, e come un vuoto
mi s’apre dentro. Penetra fra i densi
rami del sol l’ultimo raggio intanto
e accende in alto lumi d’oro strani
nella macchia dei bigi ippocastani
che un tempio sembra ed opera d’incanto.
Di questa intimità con la natura
solitaria, del tutto inconsueta,
l’anima mia divien tanto inquieta,
quanto sarebbe forse per paura.
De’ suoi sacri silenzii ancor non degno
dunque son io. Ma di notturne brine
tanto mi bagnerò che, puro alfine,
ella accoglier mi possa in questo regno.”
Luigi Pirandello, da “Zampogna”, 1901
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Luigi Bechi, “La raccolta delle olive”, 1875 circa

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Monologo al margine di un campo
“Meglio dar fuoco al cumulo di fieno
che l’acqua gonfia e il sole non asciuga.
Lo stendo, lo raduno: nebbia, caldo
ci cadono all’estate
come giovani amanti.
Molto galante è il sole nell’amore.
La mia schiena si squama poi s’incurva.
Ricordo il gelo dell’89.
L’Ersilia è morta. Le fragole maturano
mentre vespe affondano nei fiori.
Non le raccolgo, lasciale appassire;
chi mangia più le dolci
fragole primaticce,
così stupide, soffici?
decrepiti, affondiamo nella terra,
stringiamo i lombrichi con le dita.
Sono stanco di stendere, adunare,
guardare in alto al gelo e all’acqua intento.
Fugge il sole? non lo chiamerò;
marcisce l’erba? anch’io cadrò
così, fra pochi mesi.
Un mare di pena è la mia carne.
Le fragole anneriscono sul campo,
gli anni frustano le spalle,
sporchi uccelli volano i ricordi.
Ombra di un’ala sopra l’acqua scende
adagio questa voce
nel pomeriggio fantastico.”
Roberto Roversi, Monologo al margine di un campo”, da “La raccolta del fieno”, 1960
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Renato Guttuso, “Contadini al lavoro”, 1951

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Immagine in evidenza: Renato Guttuso, “Occupazione delle terre incolte in Sicilia”, 1949