Pensieri

Olga Tokarczuk

20.03.2025

La prima fotografia di cui conservo un ricordo consapevole è un’immagine di mia madre, precedente alla mia nascita. Sfortunatamente è una fotografia in bianco e nero, quindi molti dettagli sono andati perduti, si sono trasformati in vaghe forme grigie. La luce è morbida e soffusa, probabilmente primaverile, quel tipo di luce che filtra da una finestra e mantiene la stanza in un bagliore appena percettibile. Mia madre è seduta accanto alla nostra vecchia radio, una di quelle radio con un occhio verde e due manopole: una per regolare il volume, l’altra per trovare le stazioni. Questa radio in seguito divenne la grande compagna della mia infanzia; da lì ho appreso dell’esistenza del cosmo. Ruotando una manopola in ebano si spostavano le delicate sonde delle antenne e nel loro raggio entravano molte stazioni diverse: Varsavia, Londra, Lussemburgo e Parigi. A volte il suono esitava, come se tra Praga e New York, o Mosca e Madrid, i sensori delle antenne incontrassero dei buchi neri. Ogni volta che questo accadeva, dei brividi mi correvano lungo la schiena. Credevo che attraverso la radio mi parlassero diversi sistemi solari e galassie, scoppiettando e gorgheggiando, e che mi mandassero informazioni importanti, ma non ero in grado di decifrarli. Quando da bambina guardavo quella foto, ero sicura che mia madre, quando girava le manopole della nostra radio, mi cercasse. Come un radar sensibile, penetrava negli infiniti regni del cosmo, cercando di scoprire quando sarei arrivata e da dove. (…) Fuori dall’inquadratura, la donna leggermente ricurva guarda qualcosa non è accessibile a chi in seguito osserverà la foto.

Da bambina immaginavo che stesse guardando dentro il tempo. Nella foto non succede nulla: è la foto di uno stato, non di un processo. La donna è triste, apparentemente persa nei suoi pensieri, apparentemente persa.

Quando in seguito le ho chiesto il perché di quella tristezza – l’ho fatto in numerose occasioni, ottenendo sempre la stessa risposta – mia madre rispondeva che era triste perché non ero ancora nata, ma già le mancavo.

“Come potevo mancarti se non c’ero ancora?” le chiedevo. Sapevo che ti manca qualcuno che hai perso, che la mancanza è la conseguenza di una perdita.

“Ma può anche funzionare al contrario”, rispondeva. “Se una persona ci manca, vuol dire che c’è”.

Questo breve scambio, in una campagna della Polonia occidentale alla fine degli anni Sessanta, uno scambio tra mia madre e me, la sua bambina, è sempre rimasto nella mia memoria e mi ha dato una riserva di forza che mi è durata tutta la vita. Perché ha elevato la mia esistenza oltre l’ordinaria materialità del mondo, oltre il caso, oltre la causa e l’effetto e le leggi della probabilità. Mia mamma ha posto la mia esistenza fuori dal tempo, nelle dolci vicinanze dell’eternità. Nella mia mente di bambina capivo che esisteva più di quanto avessi mai immaginato prima. E che anche se un giorno mi fossi trovata a dire “Io sono persa”, avrei comunque iniziato a dirlo con le parole “Io sono”, le parole più importanti e strane del mondo. E così una giovane donna che non è mai stata religiosa, mia madre, mi ha dato una cosa che una volta si chiamava anima, fornendomi così il più grande e sensibile strumento per raccontare il mondo. È [… ] Signore e signori, qualche anno dopo, la donna nella fotografia, mia madre, alla quale mancavo anche se non ero ancora nata, mi leggeva favole. In una di esse, di Hans Christian Andersen, una teiera che era stata gettata nella spazzatura si lamentava di quanto fosse stata trattata con crudeltà dalla gente: – non appena le si era staccata la maniglia, si erano sbarazzati di lei. Ma se non fossero stati perfezionisti così esigenti, avrebbe comunque potuto essere utile a loro. [… ]

Da bambina ascoltavo queste fiabe con le guance arrossate e le lacrime agli occhi, perché credevo profondamente che gli oggetti avessero i loro problemi ed emozioni, così come una sorta di vita sociale, del tutto paragonabile a quella umana. I piatti del cassettone potevano dialogare e i cucchiai, i coltelli e le forchette nel cassetto formavano una specie di famiglia. Allo stesso modo, gli animali erano creature misteriose, sagge e autocoscienti con le quali eravamo sempre stati collegati da un legame spirituale e una somiglianza radicata. Ma anche i fiumi, le foreste e le strade avevano la loro esistenza: erano esseri viventi che mappavano il nostro spazio e costruivano un senso di appartenenza, un enigmatico Raumgeist. Anche il paesaggio che ci circonda era vivo, così come il Sole e la Luna, e tutti i corpi celesti, l’intero mondo visibile e invisibile. Quando ho iniziato ad avere dubbi? Sto cercando di trovare il momento della mia vita in cui con un semplice tocco tutto diventa diverso, meno sfumato, più semplice. Il sussurro del mondo divenne silenzioso, per essere sostituito dal frastuono della città, dal mormorio dei computer, dal tuono degli aeroplani e dal faticoso rumore bianco degli oceani delle informazioni.

Il mondo sta morendo e non ce ne accorgiamo. Non riusciamo a vedere che il mondo sta diventando una raccolta di cose e incidenti, una distesa senza vita in cui ci muoviamo persi e soli. (…) Questo è il motivo per cui desidero quell’altro mondo, il mondo della teiera. [… ]

Scrivo di fantasia, ma non è mai pura fabbricazione. Quando scrivo, devo sentire tutto dentro di me. Devo lasciare che tutti gli esseri viventi e gli oggetti che compaiono nel libro attraversino me, tutto ciò che è umano e al di là dell’umano, tutto ciò che vive e non è dotato di vita. Devo dare un’occhiata da vicino a ogni cosa e persona, con la massima solennità, e personificarli dentro di me, personalizzarli.

Questo è ciò per cui la tenerezza mi serve perché la tenerezza è l’arte di personificare, condividere i sentimenti e quindi scoprire infinite somiglianze. Creare storie significa portare costantemente in vita le cose, dando vita a tutti i minuscoli pezzi del mondo che sono rappresentati dalle esperienze umane, dalle situazioni che le persone hanno subito e dai loro ricordi. La tenerezza personalizza tutto ciò a cui si riferisce, rendendo possibile dargli una voce, dargli lo spazio e il tempo per venire all’esistenza e per essere espresso. È grazie alla tenerezza che la teiera inizia a parlare. La tenerezza è la forma più modesta di amore. È il tipo di amore che non appare nelle Scritture o nei Vangeli, nessuno lo giura, nessuno lo cita. Non ha emblemi o simboli speciali, né conduce al crimine o alla pronta invidia. Appare ovunque osserviamo attentamente e attentamente un altro essere, qualcosa che non è il nostro “io”. La tenerezza è spontanea e disinteressata; va ben oltre il sentimento empatico dei compagni. Invece è la condivisione consapevole, sebbene forse leggermente malinconica, comune del destino. La tenerezza è una profonda preoccupazione emotiva per un altro essere, la sua fragilità, la sua natura unica e la sua mancanza di immunità alla sofferenza e agli effetti del tempo. La tenerezza percepisce i legami che ci collegano, le somiglianze e l’identità tra di noi. Mostra il mondo come vivo, vivente, interconnesso, cooperante e codipendente su se stesso. La letteratura è costruita sulla tenerezza verso qualsiasi essere diverso da noi stessi. [… ]

Ecco perché credo di dover raccontare storie come se il mondo fosse una singola entità vivente, in costante formazione davanti ai nostri occhi, e come se fossimo una parte piccola e allo stesso tempo potente di essa.

 

 

Olga Tokarczuk, dal discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel nel 2018,  tradotto e pubblicato da “Il Foglio” l’11 dicembre 2019

 

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“Ci sono due modi di guardare. Con uno vedi semplicemente gli oggetti, cose utili all’uomo, oneste e concrete, si sa subito come si usano, a cosa servono.
E poi c’è una visione panoramica, più generale, grazie alla quale si vedono i legami tra gli oggetti, le loro reti di rimbalzo. Le cose smettono di essere cose, il fatto che vengono usate è una questione di secondo piano, è solo apparenza. Ora sono segni, indicano qualcosa che nelle fotografie non c’è, che sta oltre i bordi delle immagini. Bisogna concentrarsi per poter mantenere quello sguardo che è essenzialmente un dono, una vera e propria grazia.”
Olga Tokarczuk, da “I vagabondi”, 2007

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