Sabato pomeriggio, luglio 1919
Piove e io mi sento sola, fredda, abbandonata. Pregate per me. Conosco molto bene questo senso di dissolvimento, di vita incorporea: l’ho provato in quest’ultima settimana. Ero a letto, ridotta uno straccio, e piangevo e il pianto mi faceva tossire e l’estate era finita… Credo fermamente che sia venuto il tempo per una “parola nuova”, ma credo che non sarà facile dirla. La gente non ha ancora esaminato a fondo l’incantevole mezzo della prosa. È ancora una terra inesplorata – lo sento così profondamente.
O Vita – misteriosa vita – che cosa sei tu? Forster dice: un gioco. Io sento ad un tratto come se da tutti quei libri venisse un clamore di voci – sì, i libri parlano – specialmente i poeti. Come sono belli i salici – come sono belli – come piove il sole su di essi – le minuscole foglie si muovono come pesciolini. Oh sole, risplendi per sempre! Mi sento un po’ ebbra – mi sento come un insetto caduto nel cuore d’una magnolia.
Sapete, ve lo dico in confidenza, io non sarò per molto tempo “di moda”. Mi si scoprirà; tutti saranno disgustati, rabbrividiranno di sgomento. Mi piacciono tante cose terribilmente fuori moda – e la gente. Mi piace sedere sulle soglie delle porte, chiacchierare con la vecchia che porta le mele cotogne, andare in gita nelle piccole vetture traballanti, ascoltare la musica dei giardini pubblici nelle sere d’estate, parlare ai capitani dei piccoli battelli malandati, a gente d’ogni genere in posti d’ogni genere. Ma che fatale periodo ho cominciato! Continua per sempre. Davvero, occorrerebbe un’intera vita per finirlo…
Vedete, non sono un’aristocratica; le colazioni domenicali e le complicate conversazioni sul problema sessuale e quel languore che è così importante e quello spirito che è ancora più importante – vedete, io fuggo tutte queste cose. Io sono innamorata della vita, terribilmente…
Sì, vivo in Svizzera perché sono tisica. Ma non sono inferma. La tisi non mi appartiene. È solo un orribile cane vagante che mi perseguita da quattr’anni, e così io cerco di perderlo tra queste
montagne. Ma immobilizzata per sempre – oh no!”
…L’importante è scrivere – trovare se stessi perdendo se stessi. (Non c’è verità più profonda). Non so davvero se in questo mondo – fatto com’è fatto – il dolore sia assolutamente necessario. Ma non vedo che noi possiamo giungere alla conoscenza e all’amore se non attraverso il dolore. Ciò pare troppo definito, espresso così poveramente – se parlassi, potrei fare delle riserve… Ma devo credere nel dolore.
…Vedi, la domanda è sempre la stessa: Chi sono io? E fin che non si è trovato la risposta, io non vedo come si possa governare se stessi. C’è un “io”? Bisogna essere persuasi di questo prima di sapere come bisogna sicuramente comportarsi. E io non credo nemmeno per un momento che questi problemi possano essere risolti solo col cervello. È questa vita del cervello, questa vita intellettuale a prezzo di tutto il resto che ci ha condotti in questa situazione. Come può aiutarci ad uscirne? Non vedo speranza di salvezza, se non si impara a vivere secondo le nostre emozioni e i nostri istinti, mantenendo tutto in equilibrio.
Vedi, se mi fosse concesso di gettare un solo grido verso Dio, sarebbe questo: Io voglio essere VERA. Fin che non sarò così, non vedo come potrò non essere sempre alla mercé della vecchia Eva in tutte le sue manifestazioni…
Per il momento so veramente, veramente, che tutte le cose una dopo l’altra mi sono state tolte, ma che non sono annientata – e che spero – e più che sperare – credo. Mi è difficile spiegarmi…
Tutto passerà come un sogno, con irrisorie consolazioni…”
Katherine Mansfield, da “Lettere”, 2016 – Traduzione di Milli Dandolo